Santa Cristina, il cuore di una comunità

Santa Cristina, il cuore di una comunità

Ci sono opere d’arte che raccontano una storia. Altre raccontano la vita di un’intera comunità. 

La statua lignea di santa Cristina, realizzata intorno alla metà del XIV secolo e oggi conservata presso il Museo Diocesano e Basilica di Sant’Eufemia di Spoleto, è una di queste. Una preziosa testimonianza dell’arte medievale umbra per chi visita il museo.
Per gli abitanti di Caso, invece, è molto di più: è il simbolo identitario di una comunità che da secoli si riconosce nella figura della propria patrona, che da secoli accompagna la vita religiosa, sociale e culturale del paese.
Per questo motivo il ritorno della statua nella sua chiesa di origine rappresenta un momento significativo e straordinario: la statua che torna nel suo contesto originario, dove può tornare ad essere non solo un capolavoro da ammirare, ma una presenza viva da pregare, invocare e celebrare.

Santa Cristina mia, che stai tanto su…

Le donne di Caso e di tutta la Valnerina si rivolgevano a santa Cristina nei momenti più importanti della loro vita, soprattutto quando desideravano trovare marito.
Oggi la santa è celebrata il 24 luglio, ma nella tradizione locale la festa più sentita cade il 10 maggio. In quel giorno le ragazze nubili partivano Sant’Anatolia e salivano in processione fino alla chiesa dedicata alla santa, affidandole la speranza di trovare un buon marito.
La memoria popolare ha conservato fino ai nostri giorni la preghiera che veniva recitata in occasione di quel pellegrinaggio. Con il cuore colmo di speranza — e il baule del corredo già pieno di tessuti — le giovani recitavano:

“Santa Cristina, Cristina mia,
che stai tanto su,
famme trova’ marito
sennò non ce vengo più.”

Per questo Santa Cristina era considerata la protettrice delle giovani donne e delle future spose. Ancora oggi il suo santuario è conosciuto in tutta la Valnerina come la “chiesa delle zitelle”, testimonianza di una devozione popolare rimasta viva nella memoria collettiva. 

Mandorli, melette e devozione

Oltre a proteggere le giovani donne, Santa Cristina era invocata anche per la fertilità della terra e la prosperità dei raccolti.
Durante le rogazioni, le antiche processioni che attraversavano campagne e sentieri per invocare la protezione divina sui raccolti, si recitavano litanie che ancora oggi raccontano il rapporto tra la comunità e il territorio:

“A fulgure et tempestate,
A flagello terremotus,
A peste, fame et bello,
libera nos, Domine.

Cristina su Capo le Campore,
fa’ vini’ bone le nostre mandole,
te rogamus andi nò.”

Secondo la tradizione, al termine della litania un’anziana donna aggiungeva sempre:

“E le mele roscette ‘ncò,
te rogamus andi nò.”

Mandorli e meli erano coltivati soprattutto nella zona del Piano delle Melette, che deve il suo nome proprio a questi piccoli frutti. 

Un curiosità: queste mele “roscette” si conservano per tutto l’inverno messe nella paglia e rappresentavano una preziosa riserva alimentare. Erano così preziose che anche quelle rovinate non si sprecavano: le parti sane venivano tagliate a fettine sottili, essiccate nei forni dopo la cottura del pane per essere utilizzate dalle filatrici di canapa. Masticandole durante questo lavoro per aumentare la salivazione, le mele rendevano più facile la lunga e paziente ritorcitura del filo. 

Una devozione che attraversa i secoli 

La chiesa di santa Cristina conserva numerosi affreschi a lei dedicati e raffigurano scene della sua vita e del suo martirio, molti dei quali realizzati come ex voto, testimoni di una grazia ricevuta. Queste immagini sono nuovamente una testimonianza della forte devozione popolare profondamente radicata nelle varie epoche storiche, alimentata per secoli dalla fede degli abitanti di Caso.
Le origini del culto potrebbero essere molto antiche. Secondo alcuni studiosi, la venerazione di Santa Cristina sarebbe giunta in Valnerina tra il V e il VI secolo grazie a comunità siriache insediate nell’Italia centrale. Nel tempo la figura della martire di Bolsena si è intrecciata con quella di altre sante omonime, dando vita a una tradizione ricca e complessa. 

Quando gli emigrati salvarono la loro santa

A dimostrare quanto Santa Cristina fosse importante per la comunità di Caso non sono soltanto le tradizioni locali, ma anche una straordinaria vicenda che attraversa l’oceano.
Nel 1905, gli emigrati di Caso residenti a Trenton, nel New Jersey, promossero una raccolta fondi per restaurare la statua della loro patrona. In pochi mesi riuscirono a raccogliere 120 dollari, una somma considerevole per uomini e donne che avevano lasciato la Valnerina in cerca di lavoro e di un futuro migliore.
Questo gesto racconta meglio di qualsiasi documento il legame che continuavano a mantenere con il paese natale. Pur vivendo a migliaia di chilometri di distanza, sentirono il bisogno di contribuire alla conservazione del simbolo più caro alla loro comunità di origine. 

Ancora oggi l’elenco dei donatori suscita emozione: molti dei cognomi riportati nella sottoscrizione appartengono alle stesse famiglie che ancora abitano Caso o che conservano nel paese le proprie radici. A oltre un secolo di distanza quei nomi continuano a raccontare una storia di appartenenza, memoria e identità, testimoniando come la statua di santa Cristina è molto più di una preziosa scultura medievale: è il simbolo che che riannoda di una comunità, capace di riannodare il filo tra passato e presente, tra chi è rimasto e chi è partito, tra gli abitanti di Caso e gli emigrati che, anche dall’altra parte dell’oceano, non hanno mai smesso di sentirla parte della propria storia. 

Il 24 luglio 2026 la statua di Santa Cristina torna, per un giorno, nel luogo per il quale era stata realizzata, restituendo alla comunità di Caso un simbolo identitario così importante da accompagnare per secoli la vita religiosa, sociale e culturale di un intero paese.