Santa Cristina, la più ricercata dalle single di tutta la Valnerina!

​“Santa Cristina, Cristina mia, che stai tanto su, famme trovà marito sennò non ce vengo più”

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Il 10 Maggio si festeggia Santa Cristina, la santa più ricercata dalle donne single di tutta la Valnerina!

In questo giorno le donne in età di marito, come ci racconta la signora Pia, andavano in pellegrinaggio fino alla chiesa dedicata alla martire, nella frazione di Caso, per chiedere la grazia di trovare marito.

Le attendeva una ripida salita di circa sette chilometri, da compiere rigorosamente a piedi e durante questa singolare ascensione al monte recitavano una filastrocca d’incoraggiamento:

“Santa Cristina, Cristina mia, che stai tanto su,
famme trova’ marito sennò non ce vengo più”.

La chiesa, un piccolo ed elegante edificio romanico immerso nella vegetazione, era chiamata proprio per le donne che si rivolgevano a questa santa come “la chiesa delle zitelle”.

Essa sorge sull'antica mulattiera che collegava Gavelli con Sant’Anatolia di Narco e si presenta a navata unica con un abside e portale arcuato. L’interno lascia veramente senza fiato! Le pareti sono interamente affrescate, con una decorazione estremamente interessante inanzitutto per il vivace linguaggio popolare e per la presenza della mano di artisti largamente impiegati in Umbria nei sec. XV e XVI come il Maestro di Eggi e lo Spagna. Vicino all’ingresso, nella parete sinistra, è presente un ciclo di affreschi ad opera di un’artista sconosciuto, che racconta la vita e il suppilzio della Santa. Cristina di Bolzena fa parte infatti di quel gruppo di sante martiri la cui morte o i supplizi subiti sono imputabili ai padri. La Passione racconta che al tempo dell’Imperatore Diocleziano (243-312) la fanciulla di nome Cristina, figlia del magister militum di Bolsena Urbano, era stata rinchiusa dal padre insieme con altre dodici fanciulle in una torre affinché venerasse i simulacri degli dei come se fosse una vestale. Ma l’undicenne Cristina, che in cuor suo aveva già conosciuto e aderito alla fede cristiana, si rifiutò di venerare le statue e dopo una visione di angeli le distrusse. Supplicata invano di tornare alla fede tradizionale, fu arrestata e flagellata dal padre magistrato, che poi la deferì al suo tribunale che la condannò a una serie di supplizi, tra cui quello della ruota sotto la quale ardevano le fiamme. Dopo di ciò fu ricondotta in carcere piena di lividi e piaghe; qui la giovane Cristina venne consolata e guarita miracolosamente da tre angeli scesi dal cielo. Risultato vano anche questo tentativo, lo snaturato e ostinato padre la condannò all’annegamento, facendola gettare nel lago di Bolsena con una mola legata al collo. Prodigiosamente la grossa pietra si mise a galleggiare invece di andare a fondo e riportò alla riva la fanciulla. Di fronte a questo miracolo, il padre scosso e affranto morì, ma le pene di Cristina non finirono, perché il successore di Urbano, il magistrato Dione, infierì ancora di più.

La fece flagellare, poi gettare in una caldaia bollente piena di pece, resina e olio, da cui Cristina uscì incolume, le furono tagliati i capelli e venne trascinata nuda per le strade della cittadina lagunare, infine, nel tempio di Apollo, Dione le intimò di adorare il dio, ma la fanciulla con uno sguardo fulminante fece cadere l’idolo riducendolo in polvere. Anche Dione morì e fu sostituito dal magistrato Giuliano, che seguendo i suoi predecessori continuò l’ostinata opera d’intimidazione di Cristina, gettandola in una fornace da cui uscì ancora una volta illesa. Cristina fu indomabile nella sua fede, e per questo Giuliano l’espose ai morsi dei serpenti, portati da un serparo marsicano: questi invece di morderla, presero a leccarle il sudore. La tradizione meno realistica della leggenda vuole che i serpenti si rivoltarono contro il serparo mordendolo ma Cristina mossa a pietà lo guarì. Infine gli arcieri la trafissero mortalmente con due frecce. Questo è il racconto leggendario della Passione di Santa Cristina che è stato un soggetto privilegiato per gli artisti di ogni tempo, i quali rappresentarono le scene del suo martirio con i simboli della mola, dei serpenti e delle frecce.

Accanto a queste rappresentazioni ce n’è una raffiugurante un miracolo di San Nicola, quello in cui il Santo salva dal naufragio una barca durante una tempesta. Si narra che Nicola divenuto erede di un grande patrimonio a causa della prematura morte dei suoi genitori, si impegnò per aiutare i bisognosi della sua terra. Venuto a conoscenza di un ricco uomo decaduto che voleva avviare le sue tre figlie alla prostituzione, perché non poteva farle maritare decorosamente, abbia preso una buona quantità di denaro, lo abbia avvolto in un panno e l’abbia gettato nella casa dell’uomo per tre notti di seguito, in modo che le tre figlie avessero la dote per il matrimonio. Per questo motivo il santo viene considerato una sorta di protettore e patrono delle donne nubili e dunque, il suo culto è assimilabile a quello di Santa Cristina.

Vi è un'altra breve filastrocca collegata a santa Cristina, che ci è stata raccontata da Pia e dalle signore anziane del nostro paese, che recita così:

“Santa Cristina ‘ghiò piedi lo campore,
fa’ vini’ bone le nostre mandole.”

A questo una vecchietta era solita rispondere:

“E le mele roscette ‘ncò”

Nel nostro museo recitiamo spesso questo simpatico modo di dire perché legato alle attività svolte dalle donne, in particolare alla filatura. Il motivo?

In questo caso Santa Cristina veniva invocata non più per trovare marito, ma come protezione per il raccolto delle mandorle e delle mele, un tempo coltivate nel cosiddetto “Piano delle Melette” di Caso. Questo nome è legato all’usanza di raccogliere le mele più brutte, che venivano tagliate a fettine sottili, essiccate nei forni dopo la cottura del pane, e successivamente masticate dalle filatrici comese fossero dei chewing-gum per aumentare la salivazione e andare più spedite nel ritorcere a mano i loro fili.

E quando si doveva fare a mano chilometri e chilometri di filo per procurarsi il corredo, erano sicuramente più importanti le mele delle preghiere!

 

BIBLIOGRAFIA

FABBI 1977: Ansano Fabbi, Guida della Valnerina, ed Abeto, 1977

IACOBILLI 1647: Ludovico Iacobilli, Vite dei Santi e Beati dell’Umbria, 1647

GIAMPAOLI 2012: Glenda Giampaoli, Tessuti, musei, patrimonializzazione: processi per la valorizzazione dei patrimoni tessili in ambito museale e il caso del Museo della Canapa, Tesi di Specializzazione, 2012

CONTARDI 2016: L’immagine come strumento didattico: Esperienza e percorsi nella media valle del nera, Tesi di Laurea Magistrale, 2016