Zampe d'oca e nodi al pettine: tutto sugli Ubbitilli

Ubbitilli in Valnerina

Paese che vai, usanza che trovi: non c’è proverbio più vero.
Soprattutto in Italia, dove le tradizioni, specialmente quelle enogastronomiche, sono numerosissime e variegate, uno dei tratti distintivi di ogni luogo è proprio il cibo: in passato, quando era tutto “a chilometro zero”, l’alimentazione si basava su ciò che la natura offriva, come le erbe spontanee mangerecce.
Impossibile elencarle tutte: non solo per la grande varietà esistente in natura, ma anche per i nomi che vengono dati, di luogo in luogo (e spesso variano a distanza di pochi chilometri!), a piante, arbusti e radici.

L’Umbria e la Valnerina non sono da meno e vantano una vastissima varietà di erbe e vegetali, molti dei quali spontanei, che sono poi entrati nella locale tradizione (culinaria e non solo).

Oggi vogliamo raccontare la storia di una piantina dal nome strano, maschile e plurale: “gli ubbitilli”. È una pianta erbacea abbastanza comune, dalla storia affascinante.

Il chenopodium album, nome scientifico degli ubbitilli, chiamati anche abitilli, farinaccio o farinello, deve il suo nome a due parole greche, chenos (oca) e podos (piede); il motivo è presto detto: le foglie hanno una caratteristica forma che ricorda proprio le zampe palmate di questi pennuti.
Sul nome “farinaccio”, o “farinello”, ci sono invece due ipotesi: una lo lega alla peluria bianca che ricopre la parte inferiore delle foglie e che ricorda, appunto, la farina; l’altra, invece, collega questo nome all’utilizzo dei semi della pianta come cereali da cui si ricavava anche una specie di farina.

Ma gli ubbitilli erano utili anche fuori dalla cucina: precisamente… sul telaio! Venivano infatti utilizzati dalle donne anche per realizzare quella che veniva chiamata “bozima/bozzima”, ossia una sorta di colla naturale ricavata dalla bollitura di foglie e semi di chenopodio, unitamente a crusca, sapone di marsiglia e acqua. Questo composto veniva spennellato sui fili di ordito di canapa, tesi in mezzo al telaio, prima che questi venissero tessuti. I fili “imbozzimati” risultavano molto più compatti e questo trattamento impediva alla canapa, fibra filata a mano e dunque “pelosa”, di creare fastidiosi pelucchi e nodi che, una volta arrivati all’altezza del pettine, avrebbero irrimediabilmente compromesso l’integrità dei suoi fili.

“Tutti i nodi vengono al pettine”, per l’appunto, e le tessitrici di un tempo lo sapevano! Grazie agli ubbitilli avevano trovato una efficacissima soluzione, che rendeva il lavoro più agevole facendo filare (sic!) tutto più liscio.
Ancora oggi, nella tessitura della canapa, i fili dell’ordito vengono imbozzimati, anche se non più in modo naturale ma con l’utilizzo di cere sintetiche.

Gli ubbitilli sono ancora utilizzati in varie ricette della tradizione locale: vengono consumati come “erba cotta”, all’interno di zuppe e minestre o come ripieni per tortellini, ravioli o cannelloni. E sono utili anche come mangime per gli animali, altrimenti detti, in questo caso, “erbe pe le bestie”.

Anche gli ubbitilli fanno parte della memoria storia della Valnerina, all’interno del suo Ecomuseo 

Adesso che sapete tutto di questa pianta, non dovete fare altro che cercarla per le campagne umbre o della Valnerina e sperimentare qualche gustosa ricetta!